Non smettere mai di ballare

Carissima Ginevra, carissima bimba, piuma delle mie piume. Voglio che tu conosca alcune pagine della storia mia e di tuo padre che non ho mai avuto il coraggio di raccontarti e che ormai troppo spesso sento di dover fare.

Non voglio parlarti perchè le parole sono come l’aria, circolano ma non si fissano. Voglio che tu legga, perché solo così quelle stesse parole resteranno per sempre. Che Dio mi aiuti. Dato che esiste un tempo per tutte le cose, adesso che hai vent’anni è arrivato secondo me il tempo di parlare, non ce la faccio più a tacere perché ritengo di doverti qualcosa di importante: la verità di una parte di vita che ti appartiene e che io non voglio più negarti. Quando non avevi ancora sei anni e stavi per affrontare la scuola elementare, consigliata da un’amica psicologa ho deciso che era giunto il fatidico momento da me temutissimo: dovevo dirti che Alvise, mio marito, l’uomo che ti eri trovata accanto all’età di tre anni e che avevi sempre chiamato affettuosamente Alvi, non era tuo padre, perchè tuo padre era morto prima che tu nascessi. Avrei voluto risparmiarti quel dolore, avrei voluto con tutta me stessa continuare facendo finta di niente ma era giunto il momento che tu sapessi; a scuola i compagni ti avrebbero chiesto di tuo padre e così le maestre; ti avrebbero dato un tema sul papà, a marzo avreste fatto un lavoretto per la festa del papà, alla riunione dei genitori avrebbero chiesto dov’era il papà…. io non avrei potuto lasciarti entrare nel mondo impreparata di fronte alle ovvie domande che tutti ti avrebbero fatto, lasciandoti con la sola risposta che tu non avevi un papà ma avevi solamente Alvi. Non potevo farti vivere nella menzogna anche perché più crescevi e più la verità ti avrebbe fatto male. Insomma, per un sacco di motivi era arrivato il momento giusto. E’ stata la decisione più difficile che io abbia mai preso e mi ha procurato una grandissima sofferenza. Ci pensavo giorno e notte e non avevo il coraggio di affrontarti: ti avrei fatto del male, io, tua madre, la persona che ti adorava e ti amava più della sua stessa vita ti avrebbe fatto consapevolmente molto male, per sempre, con conseguenze che non si potevano prevedere. Quel giorno che mi sono decisa, dopo tutta la preparazione fatta, dopo essermi ripetuta il discorso almeno venti volte, ho letteralmente balbettato poche parole, come una scema, torcendomi le mani impacciata, mentre tu seduta di fronte a me eri piccola e pallida come non mai, avevi gli occhi enormi da animale braccato. Hai ascoltato in silenzio, seduta sul divano con i piedini che penzolavano nel vuoto e le mani in grembo; quando ho finito il mio discorso, con un vocina flebile flebile hai detto solamente “va bene mamma”, e per molto tempo non ne hai più parlato.

 

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